Con il passaggio al sistema contributivo la scopertura previdenziale pubblica si fa sempre più pesante: ecco perchè è meglio pensare ad un piano pensionistico integrativo
Non è mai troppo tardi per pensare al futuro: ma dopo l’ultimo scossone dato dalla riforma Monti-Fornero pensare a come sarà la nostra vita quando andremo in pensione diventa una necessità. Il passaggio di calcolo dal sistema retributivo (stima della pensione sulle ultime retribuzioni) al contributivo (sulla base dei versamenti) porterà da un lato ad un positivo riassestamento dei conti dell’INPS ma dall’altro ad un impoverimento del povero futuro pensionato. Da Amato a Maroni, passando per Dini, il sistema pensionistico pubblico ha subito notevoli aggiustamenti (calcolo misto retributivo/contributivo, innalzamento dell’età pensionabile, revisione del
cumulo età/anni di contribuzione). Quello che pesa di più, però, sembra essere la “scopertura” che i nuovi sistemi di calcolo creeranno sulle retribuzioni pensionistiche medie. In molti casi, si stima che la differenza tra ultima retribuzione lavorativa e la pensione possa arrivare al 40%, con evidente ripercussione sul tenore di vita futuro in una fase di vita in cui potrebbero essere necessarie risorse economiche importanti per la salute e l’assistenza.
Va da sé, dunque, che diventa imprescindibile il riscorso alla Previdenza Complementare. Un articolo di Plus24 del Sole24ore ha evidenziato come questo tipo di strumento non solo stia dando rendimenti interessanti (molto più alti della rivalutazione TFR, ad esempio), ma che la raccolta è in crescita anche se ancora troppo lontana dalle medie europee. Inutile sottolineare come l’adesione alla Previdenza Complementare quanti più presto possibile, consenta al futuro pensionato di diminuire (se non azzerare) il proprio gap previdenziale pubblico. Il mercato offre diverse possibilità a riguardo mentre la legislazione fiscale consente notevoli vantaggi: tutto queste opportunità saranno oggetto di un approfondimento specifico.
